TERZO MOVIMENTO: LE META{SO}PHIE E IL PUNTO FISSO DEL SOGGETTO
retroazione, complessità, irriducibilità
Le meta{so}phie rappresentano il terzo vettore di un'ipotetica base il cui spazio non è dato dalla somma dei suoi elementi ma dal campo di possibilità che la loro indipendenza reciproca dischiude. Se le visio(so)phie istanziano la tensione degli assemblaggi eterogenei in conflitto produttivo e le foto[so]phie costruiscono il tetragramma della post-fotografia pensante, le meta{so}phie portano la domanda al livello del processo stesso: cosa genera tutte queste operazioni, cosa le attraversa e le tiene insieme, cosa resta irriducibile dentro ciascuna di esse? Questo è il momento in cui il sistema creativo piega riflessivamente su se stesso per interrogare le strutture più profonde da cui emergono quei richiami che danno voce alle opere. La specificità di questo terzo vettore sta precisamente qui: non in ciò che mostra, ma nel tipo di domanda che pone al processo di cui è insieme il prodotto e il soggetto. Un vettore che non aggiunge nuovi materiali né nuove relazioni al sistema, ma lo costringe a rendere conto di se stesso e del proprio punto fisso.
Quando si prende un foglio di carta, lo si accartoccia con qualsiasi violenza e lo si depone sulla copia originale distesa, la matematica garantisce che esiste sempre almeno un punto che si trova esattamente sopra il punto corrispondente della copia piatta, un punto che la trasformazione non ha saputo spostare. Non perché nessuno lo abbia toccato, ma perché la struttura stessa del movimento, per quanto caotica, non poteva che riportarlo lì. Questo è ciò che in matematica si chiama punto fisso: l'elemento irriducibile che ogni trasformazione sufficientemente continua -che non strappa, non teletrasporta, che mantiene una qualche coerenza interna- è costretta a lasciare dove stava. La sua esistenza è garantita in astratto, prima ancora di sapere dove realmente si trova: si sa che c'è, lo si può cercare per approssimazione successiva, ma non lo si può dedurre con criteri rigorosi. Luitzen Brouwer, matematico e filosofo olandese, dimostrò tutto ciò all'inizio del Novecento. Stefan Banach, matematico Polacco, aggiunse qualcosa di ancora più utile: se la trasformazione è tale da avvicinare progressivamente i punti tra loro -come chi restringendo la scala di una mappa la avvicina sempre più alla dimensione della regione raffigurata- allora non solo il punto fisso esiste, ma la serie delle trasformazioni iterate converge verso questo punto. Come chi cerca di calcolare la radice quadrata di un numero applicando ripetutamente la stessa operazione: ogni passo si avvicina al valore vero senza mai coincidervi esattamente, eppure la direzione è inequivocabile. Il punto fisso è il limite di questa serie, ciò verso cui tende senza mai arrivarci in un numero finito di passi. Applicata alla pratica artistica, questa struttura descrive con precisione inattesa il meccanismo della serie creativa: ogni opera è un'iterazione, ogni variante stringe l'orbita attorno a qualcosa di irriducibile senza toccarlo e il fatto che la serie non si chiuda mai non è un'insufficienza ma la prova che il punto fisso è reale e attivo. C'è poi un aspetto ulteriore che rende questa struttura particolarmente fertile per la riflessione sull'arte: essa unifica sotto un unico meccanismo fenomeni che a prima vista sembrano separati. Il paradosso del mentitore ("questa frase è falsa") si morde la coda perché cerca il proprio punto fisso e non lo trova: né vera né falsa, rimbalza indefinitamente tra le due. Lo stesso teorema di incompletezza di Gödel -che dimostra come in ogni sistema formale sufficientemente ricco esistano affermazioni vere ma indimostrabili al suo interno- funziona con la stessa struttura: costruisce un enunciato che dice io non sono dimostrabile qui, un punto che il sistema non riesce a contenere senza contraddizione. Francis William Lawvere, matematico statunitense, noto per i suoi lavori nella teoria delle categorie, mostrò, con strumenti algebrici avanzati, che questi e altri fenomeni analoghi sono varianti dello stesso meccanismo di fondo: ogni volta che un sistema tenta di descrivere o contenere completamente se stesso, produce necessariamente un punto che sfugge inevitabilmente alla descrizione. Non è un difetto da correggere ma una struttura da abitare. È precisamente questa tensione produttiva e irrisolvibile che le meta{so}phie portano alla superficie come propria operazione specifica: il processo creativo che scopre, nella serie delle proprie iterazioni, di orbitare attorno a qualcosa che non può catturare ma che da questa impossibilità trae la propria ragione di continuare.
Applicata alla pratica seriale, questa struttura produce una conseguenza che vale la pena esplicitare con precisione. Ogni opera è un'iterazione, la serie intera è la sequenza convergente e il punto fisso è ciò verso cui la serie tende senza mai toccarlo. Non è incapacità di concludere né indecisione stilistica: è la struttura matematica stessa dell'iterazione a spiegare perché ogni variante richieda un'altra variante, perché nessuna immagine singola risulti definitiva, perché il ritorno verso certi motivi visivi abbia la struttura di una coazione piuttosto che di una scelta. Ma il modello di Banach presuppone una mappa contrattiva regolare e il processo creativo non lo è. Un riferimento più preciso viene dalla teoria dei sistemi dinamici: il concetto di attrattore strano, quella struttura frattale che Lorenz identificò nel proprio modello meteorologico, bounded ma non periodica, dove il sistema non converge a un punto stabile né esplode verso l'infinito, ma percorre indefinitamente una regione determinata senza mai ripetere la stessa traiettoria. Una serie visiva che orbita attorno agli stessi motivi senza mai riprodurli identici, sempre dentro la stessa regione dell'immaginario ma lungo percorsi ogni volta diversi, ha la struttura di un attrattore strano: la sua forma complessiva emerge solo guardando la serie intera dall'esterno, mai la singola opera dall'interno. In questo senso i quattro vettori della base non sono quattro orbite separate ma quattro traiettorie distinte dello stesso attrattore, ciascuna delle quali avvicina il punto fisso da un angolo irriducibile agli altri tre.
Il soggetto che produce queste iterazioni lavora simultaneamente in due registri eterogenei e non sintetizzabili: quello dell'intuizione e dell'irrazionale, che genera la materia prima del processo e quello del metodo e della razionalità, che la porta a forma comunicabile. L'Introduzione a questo saggio aveva già nominato questa dimensione: quella scintilla di valenza irrazionale che emerge dagli archetipi più reconditi, le associazioni apparentemente inspiegabili che diventano terreno di autentiche dissertazioni filosofiche pur restando subdolamente celate alla coscienza più limpida. Le meta{so}phie radicalizzano questa osservazione e ne fanno il proprio contenuto specifico: non vogliono subire la pressione dell'irrazionale come dato di partenza, ma la portano alla superficie come oggetto di indagine, rendendola visibile nelle sue strutture senza per questo neutralizzarla. Il secondo registro -metodo, razionalità, giudizio curatoriale- non è l'opposto del primo ma il suo necessario interlocutore: decide il formato, valuta quando un elemento va incluso o eliminato, stabilisce quale soglia di significato debba essere offerta al pubblico e quale resti combustibile interno del processo. L'errore concettuale sarebbe assumere che questi due registri convergano progressivamente verso un'unità superiore. Un processo creativo maturo non è quello che ha eliminato l'irrazionale attraverso un raffinamento del metodo, ma quello che ha imparato a tenere aperti entrambi simultaneamente, in una tensione che non si risolve perché non deve risolversi: un attesa, nel significato che a questo termine ha dato Lucio Fontana, che serve per mantenere vivo il processo e impedire che il sistema si chiuda su se stesso.
La retroazione che le meta{so}phie istanziano ha una struttura temporale più simile alla Nachträglichkeit freudiana -la retroazione differita in cui un evento passato viene risignificato da uno presente senza essere annullato, lasciando operative entrambe le letture simultaneamente- che alla ricorsività formale degli strange loops. La differenza non è solo terminologica: gli strange loops sono strutture eleganti e simmetriche, anelli che si chiudono su se stessi in modo formalmente compiuto; la Nachträglichkeit è invece asimmetrica, temporalmente spezzata e lascia sempre un residuo che la rilettura non consuma del tutto. È questa asimmetria -questo resto non consumato- che impedisce al sistema di chiudersi in un gioco di specchi e che mantiene aperta la possibilità di una successiva iterazione. Sul versante delle condizioni materiali del processo, la transizione verso la produzione digitale pone una questione che non è semplicemente tecnologica. Vilém Flusser aveva anticipato il nodo con acutezza: la macchina fotografica come scatola nera trasforma il fotografo in funzionario del proprio apparato, esecutore di possibilità già inscritte nel programma. Il digitale estende questa condizione fino a includere modelli generativi addestrati su miliardi di immagini. Di fronte a questa accelerazione dell'automatismo, la domanda propria del terzo movimento non è come il medium si riflette su se stesso, ma cosa nel soggetto creativo risulti strutturalmente non-delegabile: quella zona di singolarità biografica che nessun corpus di addestramento può contenere perché strutturata da una storia psichica inaccessibile dall'esterno: il punto fisso che precede e orienta qualsiasi scelta formale.
La struttura delle meta{so}phie deve necessariamente includere anche una parte del proprio apparato documentale per realizzare quella necessaria stratificazione dove ciascun livello eccede il precedente e lo trasforma retroattivamente, lasciando sempre qualcosa fuori dalla spiegazione, un resto che la stessa documentazione non esaurisce. Questa eccedenza non è un difetto del sistema ma la prova che il sistema è aperto, che il punto fisso non è stato ancora raggiunto e che la serie può continuare. All'interno della logica della base vettoriale, la triade materica, fotografica e documentale che si viene a formare da questa retroazione è il modo in cui le meta{so}phie rendono visibile la propria operazione specifica: ogni scheda, ogni testo, ogni stratificazione documentale non è qualcosa di esterno all'opera ma un suo strato ulteriore, un livello che, aggiungendosi, modifica retroattivamente il senso di quelli precedenti, esattamente come nella Nachträglichkeit. Ma la precisazione teoricamente più importante riguarda il rapporto tra ciò che il processo porta alla superficie e ciò che deve restare interno come matrice privata. Il poeta anglosassone Thomas Stearns Eliot chiamava questa distinzione impersonalità: non assenza di autobiografia, ma una sua trasformazione in qualcosa che non ne ha più bisogno per funzionare. Ciò che l'opera offre al pubblico è la struttura della scissione, la traccia irrisolta, non la psicologia dell'autore ma la forma che quella psicologia ha saputo produrre oltre se stessa.
Il riferimento artistico più pertinente per questo terzo movimento non è la forma chiusa dell'Arte della Fuga di Bach ma le Attese di Fontana, la serie dei tagli nelle tele degli anni Cinquanta e Sessanta. Fontana non chiamò quelle opere Tagli né Ferite: le chiamò Attese, un nome che porta in sé entrambi i registri del processo creativo, la precisione formale del gesto unico e irreversibile e la sospensione affettiva di ciò che rimane aperto dopo di esso. Il taglio non risolve: sospende. L'attesa non è incompiutezza passiva ma tensione mantenuta attiva, struttura che ha la forma dell'imminenza permanente. Nello spazio che il taglio apre -come nel bianco che le meta{so}phie privilegiano quale campo operativo- non abita il vuoto. Abita ciò che Herman Melville, nel celebre capitolo sulla bianchezza della balena, descrive come il colore senza colore di tutti i colori: saturo di direzioni possibili, labirintico per eccesso come il deserto di Borges, dove il labirinto più letale non ha muri ma spazio omogeneo in ogni direzione. Il bianco dell'opera non è sfondo neutro in attesa di riempimento: è campo già denso di implicazioni che si annullano a vicenda senza mai scegliere, proprio il contrario strutturale del vuoto. L'algebra dell'immagine che governa l'intera ricerca funziona proprio in questo spazio: le combinazioni tra i quattro vettori della base non si producono su uno sfondo neutro ma all'interno di un campo già carico di tensioni, un bianco che è esso stesso operatore, non supporto.
Come vettore all'interno della base, le meta{so}phie generano, per combinazione con gli altri tre movimenti, configurazioni ibride che mantengono traccia della loro genealogia multipla pur manifestando proprietà emergenti irriducibili ai singoli modelli generatori. Una visio(so)phia attraversata dalla domanda metasophica non è più soltanto un assemblaggio di elementi eterogenei in tensione: diventa il luogo dove quella tensione viene interrogata nella sua origine, dove la coazione alla ripetizione di certi accostamenti visivi cessa di essere dato di stile per diventare oggetto di indagine. Una foto[so]phia combinata con la retroazione metasophica rivela quali strati del tetragramma emergono dall'irrazionale e quali dalla costruzione deliberata, distinzione che nessuno dei due movimenti, da solo, ha gli strumenti per porre. In questo senso le meta{so}phie non sono il culmine della ricerca ma sono il vettore che la rende autoconsapevole, che le permette di sapere da dove vengono le proprie scelte invece di limitarsi a compierle. Il punto fisso verso cui la serie di un'opera metasophica converge senza mai raggiungerlo non è un contenuto da svelare né una risposta da consegnare: è la struttura stessa del desiderio creativo che orienta tutte le operazioni senza poter essere catturata in nessuna di esse. Identificarlo non è compito dell'opera: è già un'altra iterazione. Compito dell'opera è rendere leggibile la forma dell'orbita, mostrare che il sistema gira e con quale intensità. Il centro resterà sempre fuori fuoco e questa resta la condizione della propria fertilità.
C'è un momento in cui lo sguardo rivolto verso l'interno -verso il proprio punto irriducibile, verso le strutture che generano le scelte- è pronto a voltarsi di nuovo verso l'esterno: non per dimenticare ciò che ha trovato, ma perché ciò che ha trovato chiede di essere messo alla prova nel mondo, nelle relazioni che nascono quando più immagini si trovano a condividere lo stesso spazio. Ed è proprio lì, nell'intervallo tra le cose, che il quarto movimento prende la parola.