Radici, Rizomi e Ramificazioni

Vettori, combinazioni, risonanze: una cartografia operativa

"Prima di entrare in un labirinto, è saggio studiarne la pianta."

I. Calvino, Le città invisibili

Il lettore che si appresta ad attraversare questa ricerca ha diritto di sapere dove si trova, dove sta andando e quali strade può percorrere. Non tanto per essere guidato passivamente ma per essere abilitato a scegliere consapevolmente il proprio percorso. C'è anche una questione teorica più profonda che riguarda la natura stessa di una ricerca artistica che si vuole sistemica senza essere sistematica e rigorosa senza essere rigida e strutturata senza essere gerarchica. Come può un pensiero che rifiuta la sintesi dialettica, che abbraccia la tensione produttiva degli elementi eterogenei, che opera per assemblaggi piuttosto che per deduzioni lineari, organizzare se stesso in forma comunicabile senza tradire i propri principi? La risposta che questo capitolo propone è: attraverso una molteplicità di architetture coesistenti. Non un'unica struttura arborescente che procede dalla radice ai rami, ma una rete rizomatica (per usare il termine di Deleuze-Guattari) dove ogni punto può connettersi potenzialmente con ogni altro, dove non esistono gerarchie fisse ma solo intensità variabili di relazione. Tuttavia, affinché questa rete non degeneri in caos, è necessario esplicitare i protocolli che la governano: le logiche di connessione, i criteri di classificazione e le chiavi di accesso. Per questo motivo l'intero lavoro si organizza secondo tre livelli di progressiva complessità, che potremmo chiamare -prendendo in prestito un'immagine architettonica- fondamenta, edificio e coronamento, vediamoli in dettaglio.

LIVELLO 1: La Base Vettoriale (I Quattro Movimenti)

Al livello più fondamentale si situano i quattro movimenti che costituiscono una sorta di base vettoriale. Ho già usato volutamente il linguaggio matematico dell'algebra lineare non per tecnicistica freddezza, ma perché esprime con precisione un concetto altrimenti difficile da verbalizzare: quello di elementi linearmente indipendenti che generano uno spazio. Cosa significa? Significa che i quattro movimenti non sono semplicemente "quattro tecniche diverse" o "quattro stili separati". Sono piuttosto quattro direzioni fondamentali lungo le quali si può muovere il pensiero visivo, o ancora, quattro assi coordinati che definiscono uno spazio di possibilità attraverso cui "coordinare" qualsiasi configurazione visiva che è possibile generare. Rivediamoli, per maggior chiarezza, da questa nuova prospettiva:

1. VISIO(SO)PHIE — Il Vettore dell'Assemblaggio. Il primo movimento esplora la logica dell'assemblaggio unitario, quella particolare forma di composizione dove elementi eterogenei vengono giustapposti in un'unica superficie percettiva senza che si dia sintesi dialettica. La visio(so)phia, come analizzato nella pagina successiva, rifiuta la pace della risoluzione hegeliana per mantenere viva la tensione produttiva tra componenti che non si fondono ma dialogano attraverso l'attrito. Il simbolo della parentesi tonda ( ) suggerisce contenimento morbido, abbraccio che non costringe. La visio(so)phia sostiene i propri elementi eterogenei senza pretendere di unificarli forzatamente.

2. FOTO[SO]PHIE — Il Vettore della Stratificazione. Il secondo movimento opera attraverso la stratificazione semantica di quattro livelli distinti: matrice fotografica, elementi geometrici puri, componenti materiche e strato tipografico. Questo tetragramma fotografico (come è stato definito) supera il limite barthesiano della fotografia come segno senza codice costruendo una post-fotografia che è simultaneamente indice, icona e simbolo. Il simbolo della parentesi quadra [ ] evoca contenimento rigido, inquadramento preciso. La foto[so]phia incornicia i propri strati tenendoli insieme in un'architettura stabile.

3. META{SO}PHIE — Il Vettore della Riflessività. Il terzo movimento introduce nell'architettura della ricerca la dimensione della retroazione: non più ibridare elementi esterni né costruire nuovi codici visivi, ma piegare il processo su se stesso per interrogare ciò che lo genera. Al centro non c'è il medium che contempla i propri ingredienti materiali, ma il soggetto che scopre, nella serie iterativa delle opere, di orbitare attorno a un nucleo irriducibile, un punto fisso che ogni immagine avvicina senza mai raggiungere. L'operazione è asimmetrica e aperta: tiene simultaneamente la pressione dell'irrazionale e la direzione del metodo, senza che l'uno consumi l'altro. Il simbolo della parentesi graffa { } rappresenta un insieme che raggruppa gli elementi in una totalità organica. La meta{so}phia raccoglie in sé tanto il gesto quanto la domanda sulla propria origine, non l'opera che spiega se stessa, ma l'opera che impara da dove viene.

4. L.O.W. — Il Vettore della Relazionalità. Il quarto movimento elabora una vera e propria grammatica visiva dove le immagini non parlano isolatamente ma attraverso le relazioni che intrattengono tra loro. I tentacoli che concatenano le fotografie nei polittici non sono decorazioni ma operatori sintattici che generano significato attraverso la pura relazionalità. Il formato acronimo (L.O.W. = Limited Order Weakness) indica un sistema formale e un insieme di regole che governano le trasformazioni. L.O.W. è simultaneamente opera e meta-opera: serie di immagini e teoria della relazione tra le immagini.

Perché proprio questi quattro vettori e non altri? Nessuna risposta può dimostrare che si tratta di una scelta necessaria in senso trascendentale. Qualsiasi risposta deve cominciare da qui: la scelta di una base è sempre, in matematica come in arte, un atto pragmatico e storicamente situato, non una deduzione da principi primi. Ma -e questo è il punto cruciale- il fatto che una base sia scelta piuttosto che dedotta non la rende arbitraria. La rende immanente: necessaria rispetto a una specifica geometria del problema, indispensabile per rendere navigabile un territorio particolare, senza per questo pretendere di essere l'unica mappa possibile di tutti i territori. Meridiani e paralleli non sono cosmicamente necessari ma per navigare la superficie sferica terrestre sono quelli che rendono la geometria locale leggibile con il minimo di distorsione. I quattro movimenti funzionano così: non sono le uniche coordinate possibili per lo spazio delle pratiche contemporanee dell'immagine, ma sono le coordinate naturali per questa pratica specifica, da questa posizione, con questa storia, questi sono i vettori che rendono leggibile la forma del territorio. Un altro artista, partendo da una storia diversa, troverebbe vettori diversi ugualmente legittimi ma non universalmente superiori. L'indipendenza lineare matematica richiede che nessun vettore sia esprimibile come combinazione degli altri. Vale la pena verificare se questa condizione regga davvero, perché è lì che risiede la loro forza teorica. La tensione assemblativa delle visio(so)phie è l'operazione della giustapposizione come collisione, produce senso dall'attrito tra elementi che si rifiutano di sintetizzarsi. La stratificazione codificante delle foto[so]phie è l'operazione della costruzione di lingua là dove il medium aveva solo indicazione: il tetragramma come grammatica imposta al segno senza codice. La retroazione riflessiva delle meta{so}phie è l'operazione del piegamento del sistema su se stesso, della domanda sul proprio punto fisso. La grammatica relazionale del L.O.W. è l'operazione della sintassi emergente tra elementi separati, il senso che non sta nelle immagini ma nello spazio tra esse. Nessuna di queste operazioni è riducibile alle altre tre: si può avere massima tensione assemblativa senza riflessività, si può costruire una grammatica relazionale senza stratificazione codificante, si può praticare la retroazione sul processo senza mai produrre un tetragramma. L'indipendenza regge. Riconoscere l'indipendenza lineare dei quattro non obbliga tuttavia a credere che essi completino lo spazio e che ogni pratica dell'immagine pensante sia esprimibile come loro combinazione. Qui l'aporia si riapre in modo più produttivo: c'è quasi certamente una quinta, sesta, ennesima dimensione che questi quattro non coprono. La temporalità narrativa, per esempio, non sembra facilmente riducibile a nessuna combinazione dei quattro. Il corpo come supporto dell'opera, la performance, l'installazione ambientale: sono direzioni che i quattro vettori indicano ma non raggiungono. Questa incompletezza non è un difetto da correggere ma la prova che il sistema è aperto, che nuovi vettori possono aggiungersi senza invalidare quelli esistenti, che la base vettoriale non è un sistema chiuso ma l'inizio di un'esplorazione dimensionale in corso. Nell'algebra lineare una combinazione ammette anche coefficienti negativi. Sono teoricamente i più interessanti: un coefficiente negativo su un vettore non significa la sua assenza ma la sua opposizione attiva, non il silenzio della riflessività ma la sua resistenza, il rifiuto deliberato dell'auto-indagine come gesto estetico. Un'opera con coefficiente negativo su foto[so]phie non ignora la questione del codice linguistico: la nega attivamente, produce un oggetto che si chiude ostinatamente nella sua indicità pre-linguistica, che resiste alla stratificazione come strategia di senso. Queste opposizioni attive producono figure molto più interessanti delle combinazioni positive pure.

LIVELLO 2: Le Operazioni Derivate (Combinazioni della Base)

Dal Livello 1 emerge il Livello 2: configurazioni che non sono semplici esempi dei quattro movimenti base, ma loro combinazioni non-banali. Qui entriamo nel territorio dell'algebra vera e propria: se i quattro movimenti sono vettori, le operazioni derivate sono i risultati di somme pesate, prodotti scalari, composizioni di funzioni, combinazioni precise dove si può specificare: 60% assemblaggio, 25% stratificazione, 10% riflessività, 5% relazionalità (esempio ipotetico su cui torneremo in modo più audace ed approfondito nel seguito). È importante sottolineare che questo livello non è affatto chiuso. La base vettoriale dei quattro movimenti può generare infinite combinazioni. Alcune sono già state esplorate, altre attendono di essere investigate. Questo spazio aperto non è limite ma risorsa: indica che la ricerca è viva, che il metodo è fecondo e che il protocollo può essere applicato a nuovi materiali, temi, formati.

LIVELLO 3: I Fondamenti Teorici (L'Infrastruttura Concettuale)

Sotto i due livelli precedenti o meglio, attraverso di essi, come una rete invisibile che li sostiene, si estendono i fondamenti teorici. Questi non precedono cronologicamente le opere (non è che prima si studia la teoria e poi la si applica), ma emergono dialetticamente dall'interazione tra pratica e riflessione. Possiamo identificare cinque domini fondamentali:

FILOSOFICI MATEMATICO-LOGICI FENOMENOLOGICO-PROCESSUALI SOCIO-POLITICI PSICOLOGICO-COGNITIVI

Questi domini non sono compartimenti stagni ma campi di forza sovrapposti che possono simultaneamente mobilitare Rancière (l'immagine pensosa), Gödel (l'auto-referenzialità paradossale), Feyerabend (il pluralismo anarchico), le grammatiche della cura e del dominio (la tensione fenomenologica del processo), la critica del capitalismo (la materialità come resistenza) e Jung (gli archetipi del demonico). Ogni opera, ogni assemblaggio, ogni configurazione può risuonare contemporaneamente su tutti questi registri, creando quella densità teoretica che rende il lavoro artistico autentico pensiero materializzato. È particolarmente significativo notare come l'anarchismo epistemologico di Feyerabend e le grammatiche della cura e del dominio si intreccino profondamente. Quando Feyerabend sostiene che non esistono regole metodologiche universali e che il progresso nasce dalla proliferazione anarchica di approcci, sta descrivendo una dinamica che trova corrispondenza fenomenologica nella tensione tra cura e dominio. La grammatica del dominio vorrebbe imporre strutture, metodi, regole universali, esattamente ciò che Feyerabend critica come dogmatismo epistemologico. La grammatica della cura, al contrario, ascolta le specificità irriducibili di ogni situazione, accoglie l'imprevisto, resiste alla standardizzazione, incarnando quell'apertura anarchica che Feyerabend celebra. Ma, paradossalmente, entrambe le grammatiche sono necessarie: senza la cura, il dominio diventa autoritarismo sterile; senza il dominio, la cura si dissolve in indeterminatezza. È proprio questa tensione irrisolta a generare la controinduzione produttiva che Feyerabend raccomanda: la capacità di introdurre anomalie che forzano il sistema a riconfigurarsi, mantenendo viva la ricerca invece di cristallizzarla in ortodossia.

La Logica Non-Lineare della Struttura

Un aspetto cruciale da comprendere è che questi tre livelli non costituiscono una gerarchia verticale tradizionale (dove il livello superiore domina e determina quello inferiore), ma piuttosto un sistema di risonanze dove ogni livello informa e modifica gli altri. Pensiamo all'analogia musicale dove in una composizione complessa:

Un compositore può iniziare da un'intuizione melodica (Livello 1), che si sviluppa in una progressione armonica complessa (Livello 2), che rivela implicazioni teoriche inedite (Livello 3) e che a loro volta suggeriscono nuove possibilità melodiche (ritorno al Livello 1). Il movimento è circolare, o meglio, spiraliforme: ogni giro approfondisce la comprensione senza mai esaurirla definitivamente. Analogamente, un lettore può:

Oppure può invertire il percorso, o muoversi lateralmente, o saltare tra livelli seguendo associazioni libere. La struttura è sufficientemente robusta da sostenere questi movimenti ma sufficientemente aperta da non costringerli in percorsi obbligati.

Oltre la Linearità: Il Libro come Rete

La struttura tradizionale del libro impone una linearità forzata: si inizia a pagina 1 e si procede verso la fine, pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo. Questa linearità ha senso per narrazioni o argomentazioni che seguono una logica consequenziale rigorosa (premesse → sviluppo → conclusione). Questa ricerca, come si è accennato, opera secondo logiche diverse: assemblaggi, risonanze, feedback ricorsivi. Non c'è un "inizio assoluto" da cui tutto deriva deduttivamente, né una "conclusione finale" che esaurisce il discorso. Ci sono invece molteplici punti di ingresso e molteplici percorsi attraverso il materiale, ciascuno legittimo, ciascuno capace di generare comprensione. E questo capitolo sui protocolli di lettura si spera che abbia assolto il suo compito: fornire una mappa (struttura generale dell'opera), una bussola (sistemi di classificazione) e un insieme di itinerari per orientarsi in una ricerca complessa. Ma la metafora del viaggio, per quanto utile, ha un limite: suggerisce che il territorio sia fisso e il lettore si muova attraverso di esso. La verità è più radicale. Ogni lettura ricostruisce il territorio. Il lettore non attraversa un paesaggio pre-esistente ma genera una configurazione della ricerca attraverso le scelte che compie, le connessioni che traccia, le enfasi che pone. In questo senso, quanto fin qui esposto non sono istruzioni ma possibilità, inviti a esplorare e non prescrizioni da seguire.
E ora, orientati (o deliberatamente disorientati), possiamo entrare nel cuore di questa indagine.

Immagine artistica